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Lingua : Italiano

धारणा ध्यान समाधिdhāraṇā · dhyāna · samādhi

Dhāraṇā, dhyāna, samādhi, i tre stadi interiori

3 min di lettura · Aggiornato il 18 ottobre 2026 · Fonti verificate il 16 ottobre 2026

In breve

Negli Yoga Sutra, la dhāraṇā è legare la mente a un luogo (3.1); il dhyāna è il flusso ininterrotto dell’attenzione verso quell’oggetto (3.2); il samādhi è la stessa meditazione quando risplende solo l’oggetto, come vuota di sé (3.3). Praticati insieme su un solo oggetto, i tre si chiamano saṃyama (3.4). Sono il sesto, il settimo e l’ottavo stadio dello yoga.

Gli otto stadi di Patañjali (Yoga Sutra 2.29) vanno dall’esterno verso l’interno. I primi cinque, dall’etica al ritiro dei sensi, preparano. Gli ultimi tre, dhāraṇā, dhyāna e samādhi, sono il lavoro della mente stessa. Patañjali apre con loro il terzo libro degli Yoga Sutra, in tre righe brevi.

Le tre definizioni

देशबन्धश्चित्तस्य धारणा ॥

deśa-bandhaś cittasya dhāraṇā ||

La concentrazione è legare la mente a un luogo.

Yoga Sutra 3.1 · nostra traduzione

तत्र प्रत्ययैकतानता ध्यानम् ॥

tatra pratyayaikatānatā dhyānam ||

La meditazione è, lì, l’unico flusso ininterrotto della consapevolezza.

Yoga Sutra 3.2 · nostra traduzione

तदेवार्थमात्रनिर्भासं स्वरूपशून्यमिव समाधिः ॥

tad evārtha-mātra-nirbhāsaṃ svarūpa-śūnyam iva samādhiḥ ||

L’assorbimento è quella stessa meditazione, quando risplende solo l’oggetto, come vuota della propria forma.

Yoga Sutra 3.3 · nostra traduzione

Parola per parola

ParolaSignificato
deśaluogo, punto, regione
bandhalegame, il legare
cittala mente, il campo della coscienza
dhāraṇāil tenere, da dhṛ, tenere, sostenere
tatralì (in quel luogo)
pratyayail contenuto della consapevolezza, la cognizione
eka-tānatāl’essere teso in uno, un unico filo continuo
artha-mātral’oggetto soltanto
nirbhāsail risplendere, l’apparire
svarūpa-śūnyam ivacome vuota della propria forma

Dhāraṇā: tenere

Dhāraṇā viene dalla radice dhṛ, tenere. La mente viene legata a un «luogo»: un punto del corpo (l’ombelico, il cuore, il punto tra le sopracciglia), un oggetto esterno, un suono, un’immagine. Nella pratica richiede ancora sforzo: l’attenzione se ne va, lei la riporta. Ogni seduta di un principiante è soprattutto dhāraṇā, ed è proprio così che deve essere.

Patañjali dice che la pratica del respiro rende la mente adatta alle concentrazioni (2.53), e che il ritiro dei sensi, pratyāhāra, viene subito prima (2.54). Per questo sedersi, respirare con calma e chiudere gli occhi vengono per primi in come meditare.

Dhyāna: scorrere

Tatra, «lì»: nello stesso luogo. Quando l’attenzione non ha più bisogno di essere riportata indietro ma scorre verso l’oggetto come un filo continuo (eka-tānatā), è dhyāna. I commenti indiani successivi paragonano spesso questa meditazione a un filo d’olio versato da un recipiente all’altro, senza interruzione. La dhāraṇā è una serie di ritorni; il dhyāna è una corrente.

Samādhi: assorbiti

Nel samādhi la stessa meditazione si approfondisce finché risplende solo l’oggetto, e il senso di chi medita, «sto meditando», viene meno, «come vuota della propria forma». La parola sam-ā-dhi significa «mettere insieme, posare completamente».

Patañjali ne distingue diversi tipi (libro 1): il samādhi «con seme» (sabīja), ancora sostenuto da un oggetto, a livelli che vanno dal grossolano al sottile (1.41-1.46), e il samādhi «senza seme» (nirbīja), quando anche quell’ultima impressione si acquieta (1.51). Avverte anche che le esperienze straordinarie che sorgono in meditazione sono ostacoli al samādhi, anche se agli occhi del mondo esterno sembrano poteri (3.37).

La Haṭhapradīpikā, testo dello haṭha più tardo, dà una delle immagini più belle del samādhi: «Come il sale sciolto nell’acqua diventa una cosa sola con essa, così l’unione del sé e della mente si chiama samādhi» (4.5, numerazione GRETIL, nostra traduzione). Ne elenca anche i sinonimi: rāja-yoga, unmanī, manonmanī, amaratva, laya, il «quarto» (4.3-4.4).

Saṃyama: i tre insieme

त्रयमेकत्र संयमः ॥

trayam ekatra saṃyamaḥ ||

I tre su un solo oggetto: questo è il saṃyama.

Yoga Sutra 3.4 · nostra traduzione

I tre non sono esercizi separati ma tappe di un unico movimento, che Patañjali chiama saṃyama, «tenere insieme». Aggiunge che questi tre sono più interiori dei cinque stadi che li precedono (3.7), ma ancora esteriori rispetto al samādhi senza seme (3.8).

Una pratica di dhāraṇā, dieci minuti

  1. Si sieda con la schiena eretta, gli occhi chiusi, e respiri naturalmente per un minuto.
  2. Scelga un solo luogo: il punto tra le sopracciglia, il cuore, o la punta del naso, dove entra il respiro.
  3. Posi lì l’attenzione. Quando se ne va, noti dove è andata e la riporti, con dolcezza, tutte le volte che serve.
  4. Se le è d’aiuto, unisca una sillaba al punto: Om, in silenzio, a ogni espirazione.
  5. Dopo otto minuti, lasci il punto e resti un minuto in meditazione senza alcun oggetto.
  6. Apra gli occhi lentamente.

Buono a sapersi

Non cerchi di «raggiungere» il dhyāna o il samādhi. Il metodo di Patañjali è il ritorno ripetuto e paziente (1.12-1.14). Ciò che viene dopo non si produce con la forza.

Per proseguire

La scala completa degli otto stadi è nella pagina sugli otto stadi dello yoga, e il testo stesso in quella sugli Yoga Sutra. Per una dhāraṇā sostenuta da un mantra, veda i mantra e il japa con il mala; per farsi guidare passo dopo passo, la meditazione guidata. Il capitolo sulla meditazione raccoglie tutto.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra dharana e dhyana?

La dhāraṇā è porre e tenere la mente su un punto; richiede ancora sforzo, e l’attenzione va riportata di continuo. Il dhyāna c’è quando quell’attenzione scorre in modo continuo, senza interruzioni, verso lo stesso oggetto.

Che cos’è il samadhi, in parole semplici?

Assorbimento: una meditazione così completa che il senso di un meditante separato svanisce e resta presente solo l’oggetto. Patañjali ne descrive diversi gradi.

Un principiante può raggiungere il samadhi?

I testi presentano il samādhi come il frutto di una lunga pratica. Un principiante pratica la dhāraṇā, e con la regolarità arrivano momenti di dhyāna.

Che cos’è il saṃyama?

I tre praticati insieme sullo stesso oggetto. Patañjali dice che sono più interiori dei primi cinque stadi (3.7).

Fonti

  1. Patañjali, Yogasūtra, testo sanscrito (GRETIL, Università di Gottinga) verificata il 16 ottobre 2026
  2. The Yoga Sutras of Patanjali, traduzione inglese di Charles Johnston (1912), Project Gutenberg verificata il 16 ottobre 2026
  3. Haṭhayogapradīpikā di Svātmārāma, testo sanscrito, capitolo 4 (GRETIL) verificata il 16 ottobre 2026

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