वेदveda · conoscenza
I Veda e le radici dello yoga
4 min di lettura · Aggiornato il 18 ottobre 2026 · Fonti verificate il 18 ottobre 2026
In breve
I Veda sono le scritture più antiche dell’induismo: quattro raccolte, Ṛg-, Yajur-, Sāma- e Atharvaveda, composte in sanscrito vedico a partire dal 1500 a.C. circa e trasmesse oralmente. Ognuno ha quattro strati: inni (saṃhitā), prosa rituale (brāhmaṇa), testi della foresta (āraṇyaka) e Upanishad. I Veda usano yuj per aggiogare i cavalli e menzionano asceti, ma non descrivono alcun metodo di yoga.
Veda significa conoscenza
Veda, dalla radice vid, sapere (la stessa del latino videre), significa conoscenza, e anzitutto conoscenza sacra. Per la tradizione indù i Veda sono śruti, «ciò che è stato udito»: rivelati ai veggenti (ṛṣi) più che scritti da autori. Per gli storici sono la letteratura più antica dell’India, composta in una forma arcaica di sanscrito da poeti e sacerdoti del nord-ovest del subcontinente e tramandata a memoria per secoli prima che qualcuno la mettesse per iscritto.
Quattro Veda, quattro strati
| Veda | Che cosa contiene | Nella pratica quotidiana di oggi |
|---|---|---|
| Ṛgveda | Inni di lode agli dèi: Agni, Indra, Soma, Savitṛ… in dieci libri (maṇḍala) | il Gayatri mantra, molti mantra usati nella pūjā |
| Yajurveda | Formule recitate dal sacerdote che compie il sacrificio; una recensione nera e una bianca | formule ancora recitate nei riti vedici e nelle offerte al fuoco |
| Sāmaveda | Versi, per lo più presi dal Ṛgveda, messi in melodia per il canto | le radici della musica indiana, secondo la tradizione |
| Atharvaveda | Inni e formule per la vita quotidiana: guarigione, protezione, matrimonio, casa | riti domestici; la Māṇḍūkya e la Muṇḍaka Upanishad |
Ogni Veda è cresciuto per strati, dal più antico al più recente:
- Saṃhitā, la raccolta dei versi (mantra): ciò che di solito chiamiamo «il Veda».
- Brāhmaṇa, prosa che spiega il senso e l’esecuzione del rito.
- Āraṇyaka, i testi «della foresta», riflessioni sul senso interiore del rito.
- Upaniṣad, i dialoghi filosofici sul sé e sul brahman: veda le Upanishad.
In cifre. Nell’edizione di Theodor Aufrecht (1877) il Ṛgveda conta 1.028 inni e 10.552 versi. La sua composizione si data di solito tra il 1500 e il 1000 a.C. circa; l’indologo Michael Witzel ne colloca la codificazione intorno al 1200-1000 a.C. Il testo è stato tramandato oralmente con una tale precisione che nel 2008 l’UNESCO ha iscritto la tradizione del canto vedico nel patrimonio immateriale dell’umanità.
Tre versi vedici che gli yogi incontrano
La Gāyatrī (Ṛgveda 3.62.10). Recitata nelle preghiere tradizionali dell’alba, del mezzogiorno e del tramonto (sandhyā), è il verso del Veda che quasi tutti gli yogi conoscono.
तत्सवितुर्वरेण्यं भर्गो देवस्य धीमहि । धियो यो नः प्रचोदयात् ॥
tat savitur vareṇyaṃ bhargo devasya dhīmahi | dhiyo yo naḥ pracodayāt ||
Possiamo ricevere quello splendore eccellente del dio Savitṛ, che ispiri i nostri pensieri.
Parola per parola, metro e canto sono nella pagina sul Gayatri mantra.
Una sola verità, molti nomi (Ṛgveda 1.164.46).
एकं सद्विप्रा बहुधा वदन्ति
ekaṃ sad viprā bahudhā vadanti
Ciò che è uno, i poeti ispirati lo chiamano con molti nomi.
L’inno della creazione (Ṛgveda 10.129.7). Un inno che finisce con una domanda anziché con una risposta, già nello spirito delle Upanishad:
इयं विसृष्टिर्यत आबभूव यदि वा दधे यदि वा न । यो अस्याध्यक्षः परमे व्योमन्सो अङ्ग वेद यदि वा न वेद ॥
iyaṃ visṛṣṭir yata ābabhūva yadi vā dadhe yadi vā na | yo asyādhyakṣaḥ parame vyoman so aṅga veda yadi vā na veda ||
Da dove sia venuta questa creazione, se sia stata fatta o no, colui che la sorveglia nel cielo più alto certamente lo sa. O forse non lo sa.
Che cosa dicono i Veda sullo yoga, e che cosa non dicono
Che cosa dicono. Il verbo yuj, da cui viene yoga, è ovunque nel Ṛgveda, nel suo senso concreto: aggiogare i cavalli a un carro. È la stessa radice indoeuropea del latino iugum e dell’italiano «giogo». I poeti la applicano anche alla mente: «aggiogano la mente e aggiogano i loro pensieri» (yuñjate mana uta yuñjate dhiyaḥ), dice un inno a Savitṛ (Ṛgveda 5.81.1), anche se qui l’aggiogare serve al sacrificio, non a un metodo di meditazione. Come osserva Gavin Flood, le Saṃhitā menzionano asceti ai margini della società: il muni silenzioso e il keśin dai lunghi capelli dell’inno 10.136, «cinto di vento» (citato nella storia dello yoga), e il vrātya dell’Atharvaveda. L’austerità (tapas) è una potenza creatrice. Storici dello yoga come Knut A. Jacobsen aggiungono che tecniche di controllo del respiro e delle energie vitali sono menzionate nell’Atharvaveda e nei Brāhmaṇa.
Che cosa non dicono. Gli inni vedici non insegnano posture, né un metodo di meditazione, né una definizione dello yoga come disciplina della mente. L’indologo Karel Werner, che legge l’inno del keśin come un primo ritratto di yogi, sottolinea lui stesso che le testimonianze dei Veda al riguardo sono «scarse e indirette» (1977, nostra traduzione). Le prime definizioni arrivano più tardi, nella Kaṭha Upanishad (il saldo trattenere i sensi, 6.11), poi nella Bhagavad Gita e negli Yoga Sutra di Patañjali.
Le Upanishad stesse prendono le distanze. La Muṇḍaka (1.1.4-5) distingue due tipi di conoscenza: quella inferiore, che comprende i quattro Veda e le loro scienze ausiliarie (fonetica, rituale, grammatica, etimologia, metrica e astronomia), e quella superiore, «con cui si raggiunge l’imperituro».
«Lo yoga viene dai Veda»: la risposta onesta
Si legge spesso che lo yoga ha «5.000 anni» ed è «vedico». Le fonti sostengono qualcosa di più sfumato:
- I sigilli dell’Indo. Una figura seduta su un sigillo di Mohenjo-daro è stata letta nel Novecento come uno yogi in meditazione, o un proto-Śiva. Molti studiosi recenti respingono questa lettura; nulla nella scrittura dell’Indo, non decifrata, ci dice che cosa stia facendo la figura.
- Radici vediche e non vediche. L’induismo tradizionale considera i Veda la fonte di ogni conoscenza spirituale. Alcuni storici, come Richard Gombrich e Geoffrey Samuel, vedono i movimenti ascetici e meditativi (śramaṇa) che hanno dato forma al primo yoga come nati dalla cultura non vedica del bacino orientale del Gange. Altri, come Thomas McEvilley, propongono un’origine composita. Gavin Flood avverte che contrapporre le due cose è troppo semplice: ci sono continuità tra il mondo vedico e i rinuncianti.
- Ciò che è ampiamente accettato. Il vocabolario dell’aggiogare, la figura dell’asceta silenzioso, la potenza del suono sacro e del tapas sono vedici. Lo yoga nominato e definito come disciplina della mente compare per iscritto per la prima volta nelle Upanishad, a partire dalla seconda metà del I millennio a.C., quando anche i primi testi buddhisti e giainisti descrivevano pratiche meditative.
Buono a sapersi
Un buon test per qualsiasi affermazione sull’età dello yoga: chieda quale testo lo dice, e quando quel testo è stato scritto. «Radici vediche» è vero per il vocabolario e il suono sacro; «insegnato nei Veda» non è vero per le posture né per i metodi di meditazione.
Da dove cominciare
Non c’è bisogno di leggere il Ṛgveda per praticare yoga. Cominci da ciò che la tradizione stessa ha tenuto più vicino alla pratica: la Gāyatrī, i versi vedici cantati nei mantra, e le Upanishad, la parte del Veda che parla più direttamente a chi medita. Se vuole esplorare oltre, la traduzione inglese del Ṛgveda di Ralph T. H. Griffith (1896) è di pubblico dominio; in italiano, il sanscritista Michele Kerbaker (1835-1914), professore a Napoli, pubblicò nel 1880 un Saggio di inni vedici dedicato ad Agni, Indra, ai Marut e a Varuṇa, oggi di pubblico dominio e consultabile su Internet Archive.
Il nostro libro The Upanishads for Yogis (in inglese) si apre con un capitolo «From the Vedas to the Upanishads», poi presenta i passi che hanno dato forma allo yoga, in devanāgarī, traslitterazione e nostra traduzione.
Domande frequenti
Che cosa sono i Veda?
Veda significa conoscenza. I Veda sono quattro raccolte di inni, canti e formule rituali in sanscrito, con i testi in prosa e le Upanishad che vi sono collegati. La tradizione indù li considera rivelati (śruti), uditi da antichi veggenti più che composti da autori.
Quanti sono i Veda e quali sono?
Quattro: il Ṛgveda (inni di lode), lo Yajurveda (formule per il sacrificio, in una recensione nera e una bianca), il Sāmaveda (versi messi in melodia per il canto) e l’Atharvaveda (inni e incantesimi per la vita quotidiana, la guarigione e la protezione).
Quanto sono lunghi i Veda?
Molto. Il solo Ṛgveda, nell’edizione di Aufrecht del 1877, conta 1.028 inni e 10.552 versi in dieci libri. Con le altre raccolte, i Brāhmaṇa, gli Āraṇyaka e le Upanishad, il corpus vedico occupa molte migliaia di pagine.
Il Rigveda è il libro più antico del mondo?
È il testo più antico dell’India e uno dei più antichi in una lingua indoeuropea, datato di solito tra il 1500 e il 1000 a.C. circa. Altrove, in Mesopotamia e in Egitto, esistono testi scritti più antichi; il Ṛgveda è eccezionale perché è stato conservato oralmente, parola per parola, per tremila anni.
Come si imparano i Veda?
Tradizionalmente a orecchio, da un maestro, con metodi di recitazione che ripetono ogni parola in vari ordini perché nulla vada perduto. Nel 2008 l’UNESCO ha iscritto la tradizione del canto vedico nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Per leggere, la traduzione inglese del Ṛgveda di Griffith (1896) è di pubblico dominio, e in italiano il Saggio di inni vedici di Michele Kerbaker (1880).
Fonti
- Monier-Williams, Sanskrit-English Dictionary (1899), voce veda (Cologne Digital Sanskrit Dictionaries) verificata il 17 ottobre 2026
- Monier-Williams, Sanskrit-English Dictionary (1899), voce yuj, aggiogare o bardare i cavalli (RV) verificata il 17 ottobre 2026
- Ṛgveda-Saṃhitā, ed. Theodor Aufrecht (Bonn, 1877), testo sanscrito, GRETIL: 1.164.46, 3.62.10, 5.81.1, 10.129, 10.136 verificata il 17 ottobre 2026
- Rigveda, Wikipedia (1.028 inni e 10.552 versi nell’edizione di Aufrecht; datazione c. 1500-1000 a.C.; codificazione secondo Witzel) verificata il 17 ottobre 2026
- Vedas, Wikipedia (quattro Veda e quattro strati; trasmissione orale) verificata il 17 ottobre 2026
- Yoga, Wikipedia, sezione storia (Werner 1977, Flood 1996, Samuel, Gombrich, McEvilley; il sigillo detto di Pashupati) verificata il 17 ottobre 2026
- Geoffrey Samuel, The Origins of Yoga and Tantra: Indic Religions to the Thirteenth Century (Cambridge University Press, 2008) DOI 10.1017/CBO9780511818820 verificata il 18 ottobre 2026
- Karel Werner, Yoga and the Ṛg Veda: An Interpretation of the Keśin Hymn (RV 10, 136), Religious Studies 13(3), 1977, pp. 289-302 DOI 10.1017/S0034412500010076 verificata il 18 ottobre 2026
- UNESCO, Tradition of Vedic chanting, iscritta nel 2008 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità verificata il 17 ottobre 2026
- Ralph T. H. Griffith, The Hymns of the Rigveda, vol. 1, 2ª edizione (Benares, 1896), Internet Archive verificata il 17 ottobre 2026
- Michele Kerbaker (1835-1914), Saggio di inni vedici: Agni, Indra, i Maruti, Varuna (Napoli, Stabilimento Tipografico Perrotti, 1880), Internet Archive (collezione Biblioteche Torino) verificata il 18 ottobre 2026
- Michele Kerbaker (Torino 1835 - Napoli 1914), indologo e sanscritista, Wikipedia verificata il 18 ottobre 2026
- Muṇḍaka Upaniṣad, testo sanscrito, 1.1.4-5 (sanskritdocuments.org) verificata il 17 ottobre 2026
- Wiktionary, latino iugum: dalla radice indoeuropea *yewg-, aggiogare; affine al sanscrito yuga verificata il 18 ottobre 2026
- Wiktionary, latino videō: dalla radice indoeuropea *weyd-, sapere, vedere verificata il 18 ottobre 2026